
E’ il primo pomeriggio di un sabato di fine novembre.
Moglie e figlia “grande” sono in camera mia, che dormono nel lettone.
Fuori la classica giornata uggiosa, malinconica, della Bassa pavese. Nebbia, pioggerellina, poca luce. L’atmosfera crepuscolare è acuita dai notturni e polacche di Chopin, che dallo stereo in salotto, a volume medio-basso, avvolgono la sala.
Le note mi giungono all’orecchio mentre misuro e peso quei miracolosi 53 centimetri e 6 kilogrammi che si dimenano tra le mie braccia, in bilico tra la luce del giorno e le braccia di Morfeo. La guardo, la tocco, la bacio, come per fermare il tempo e imprimere per sempre dentro di me l’esatta percezione di quel peso, quella lunghezza, e i suoi respiri. Perché farò a mala pena in tempo ad accorgermene, domani è già è qui, e ormai ho la consapevolezza di come in tre anni quei 6 kilogrammi diverranno 15, non si addormenterà più tra le mie braccia, comincerà a parlare e reclamare la sua indipendenza, in un susseguirsi irrefrenabile di nuove scoperte e nuove conquiste ognuna straordinaria nella sua unicità. Ed io e mia moglie con il compito stupendo e così importante di esserne spettatori sì, ma tutt’altro che passivi.
Penso ai miei anni di liceo, ognuno di essi mi sembrava durare un lustro.
E ora questi tre anni sono volati come fossero tre mesi.
E’ una giornata importante e fortunata, la mattina abbiamo avuto conferma che la pre-iscrizione per la scuola dell’infanzia (ai miei tempi si chiamava asilo, comunque…) è stata accettata, e nostra figlia potrà crescere e studiare nell’istituto che fortemente volevamo mia moglie ed io. La direttrice convoca un’assemblea con tutti i genitori dei futuri “piccoli” di quelle classi d’asilo che riscopro saranno composte da “piccoli”, “mezzani” e “grandi”. Ci racconta come funziona la scuola, quali sono i principi a cui si ispira, le attività che faranno i bambini, e la composizione della giornata.
Il mio cuore si stringe, otto ore in autonomia, con gli altri bambini, ad imparare, a crescere, a sviluppare sempre più quella autonomia che già sta conquistando e fortemente dimostrando di cercare.
E’ il nostro compito, la nostra realizzazione sarà quella di vederla un giorno indipendente, salda sulle proprie gambe, capace di scegliere, sbagliare, rialzarsi, osare, costruire, distruggere, ricostruire, amare. Costruendosi un bagaglio di idee che non necessariamente saranno le mie, ed io dovrò essere capace di non rammaricarmene, ma inorgoglirmi della sua capacità di essere indipendente e unica come persona. Dovrò esserci sempre quando mi vorrà, cercare sempre e comunque di trasferirle i valori e i principi, perché su quelli non si può scendere a patti, ma sempre ricordando che dovrò “rispettarla”. Lei (e a ruota sarà il turno dei 6 kili che ho in braccio) è mia figlia, ma questo non può e non deve tradursi in un “mia” di cieco possesso che possa ostacolarne il pieno ed autonomo sviluppo.
Tutto questo mi turbina nella testa, questi tre anni che sono sembrati tre mesi, chissà come voleranno i prossimi. Struggente malinconia di un amore senza pari, fatto di emozioni, fisicità, e tanta responsabilità. Emozioni e responsabilità nessuno potrà mai togliermele, ma per la prima volta, forse, avverto con una fitta in tutto il suo significato la consapevolezza che ogni giorno di più, fino a quando si formerà il suo nido famigliare, quella fisicità sarà sempre, inesorabilmente, un pochino meno di quella del giorno prima…
Impugno il telefono e chiamo allora lei. Lei che fin dall’inizio della mia adolescenza ho compreso vivesse diversamente da me molte cose, e quante lotte abbiamo fatto. Lei che mi ha cresciuto, che mi teneva nel lettone a cantare il musical di “hair” e mi faceva ballare quando i tre anni li avevo io. E ha dovuto accettare tutte le mie ribellioni. Tante, perché ho sempre mal sopportato i rigidi copioni sempre cercando la mia strada, frequentemente frainteso (per la verità più a scuola che non in famiglia) come eccessivamente anticonformista e talvolta persino come indisciplinato.
Lei che oggi vedo una volta sola alla settimana, e in quell’occasione è rapita dalle mie figlie. E che in settimana, praticamente, non chiamo mai.
Evidentemente legge il mio nome sul display del telefonino, e risponde come sempre: - Amore, cosa c’è?-
- Ti voglio bene mamma.-
Era un po’ che non glielo dicevo. Non saprei dire quanto sia quel “po’”, ma ho l’improvvisa coscienza che quel “po’” sia in ogni caso decisamente e colpevolmente troppo.
Si emoziona, le spiego la mia telefonata, le si rompe la voce ricordando (tempi ben diversi) il mio primo giorno d’asilo e la sua sofferenza. E mi ringrazia, per questo “ti voglio bene” gratuito che mi dice valere più di qualsiasi regalo di Natale.
Lo ribadisco, mentre chiudiamo la breve telefonata.
Mi risponde scimmiottando il giochino che facevamo da piccoli: - ti voglio bene-, le dicevo, -io di più- mi rispondeva, ed io allora indispettito dicevo –mamma, è diverso-
Stavolta non le rispondo.
Lascio cadere la telefonata con quel “io di più”.
Ormai lo so.
Ha ragione lei.